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Merci, Jean-Paul Belmondo!

Merci, Bébel!

Il mondo del cinema piange Jean-Paul Belmondo, scomparso nella sua casa parigina lo scorso 6 settembre a 88 anni. Attore poliedrico e versatile, è divenuto icona maschile della Nouvelle Vague e ha collaborato con i principali cineasti francesi, Godard e Truffaut su tutti.



Sex symbol atipico, naso schiacciato e lineamenti particolarmente marcati, è stato in grado di far innamore le donne più belle del mondo conosciute sul set, da Ursula Andress a Laura Antonelli.

Non è uscito di scena in maniera plateale alla stregua di Ferdinand Griffon -il personaggio che ha magistralmente interpretato ne "Il bandito delle 11" di Jean-Luc Godard- ma se n'è andato via sobriamente, provato dalla vecchiaia e dai guai fisici.


Nato il 9 aprile 1933 a Neuilly-sur-Seine, un sobborgo a nord-est di Parigi, Belmondo cresce in un ambiente borghese respirando forme artistiche già dalla prima ora: il padre Paul -di origini italiane- è infatti uno scultore di discreta fama mentre la madre, Sarah Rainaud-Richard è una pittrice. Tuttavia, almeno inizialmente, nei piani del giovane non sembra esserci posto per il mondo dell'arte, preferisce dedicarsi ad altro. Così, 16enne, abbandona la scuola e si dà allo sport: gioca a calcio nel ruolo di portiere prima, si allena come pugile -ispirato dal campione Marcel Serdan- poi. Ma dopo 15 incontri capisce che la boxe non fa per lui: <<non mi piaceva troppo ricevere colpi>> ha dichiarato tempo fa a "Le Parisien" <<perchè faceva male>>.



Belmondo cambia strada, riprende quindi gli studi e al secondo tentativo si diploma al Conservatoire national supérieur d'art dramatique, dedicandosi subito al teatro e cimentandosi con le opere di Molière e Rostand. Bébel -soprannome dell'attore- fa poi il suo esordio cinematografico nel 1956 e gli anni seguenti sono sinonimo di gavetta e ruoli minori, tra i quali spicca il Lou di "Peccatori in blue-jeans", film del 1958 diretto da Marcel Carné. La vera svolta per Jean-Paul arriva però due anni più tardi, nel 1960: il regista e critico cinematografico Jean-Luc Godard -con il quale aveva già collaborato nel cortometraggio del 1958 "Charlotte et son Jules"- gli offre la parte di protagonista per il lungometraggio "Fino all'ultimo respiro".


Belmondo accetta ma a causa delle scelte rivoluzionarie e avanguardistiche adottate dal cineasta è particolarmente scettico sulla riuscita del film, anzi, è addirittura convinto che la pellicola non uscirà mai. Si sbaglia di grosso, perchè "Fino all'ultimo respiro" non solo viene proiettato nelle sale, ma ottiene grande successo e negli anni avvenire assurge a manifesto della Nouvelle Vague. Ed ecco che la popolarità di Bébel cresce e con essa anche le offerte di lavoro: nei primi anni '60, alla pari dell'eterno amico e rivale Alain Delon, è spesso in Italia dove ha modo di lavorare con grandi maestri del cinema nostrano: da Vittorio De Sica ne "La ciocara" a Mario Bolognini ne "La viaccia".



Attore particolarmente versatile, negli anni seguenti riesce a dividersi tra due mondi agli antipodi come il cinema d'essai e quello di genere, conquistando il pubblico di entrambi. Gli uni lo apprezzano per i film godardiani ("La donna è donna" del 1961, "Il bandito delle 11" del 1965) e per "La mia droga si chiama Julie" (1969) di François Truffaut; gli altri ridono per le sue rocambolesche avventure ne "L'uomo di Rio" (1964) di Philippe de Broca. Nel 1970 Jean-Paul giunge all'acme della popolarità calandosi nella parte del gangstar François Capella in "Borsalino" di Jacques Deray, film poliziesco che sbanca il botteghino sfruttando l'inedito ma quantomai vincente binomio Belmondo-Delon. Durante il prosieguo del decennio, l'attore francese continua a dialogare e ad interfacciarsi sia con il cinema popolare -vedi "Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo (1973) di Philippe de Broca- sia con il cinema d'autore -vedi "Stavisky il grande truffatore" (1974) di Alain Resnais-; a partire dalla seconda metà degli anni '70, invece, si dedica con maggiore intensità al genere poliziesco o polar (com'è chiamato in Francia) e interpreta molte scene pericolose senza ricorrere all'ausilio della controfigura venendo proiettato ancor più nel mito. Negli anni '80, perduta gran parte della visibilità internazionale, riesce ugualmente ad aggiudicarsi il Premio César per il migliore attore per il film "Una vita non basta" (1988) di Claude Lelouch ed inoltre torna alle rappresentazioni teatrali. Ed è prorpio in un teatro, quello di Brest, che nel 2001 viene colpito da un'ischemia cerebrale che lo costringe ad un lungo ritiro dalle scene.



Torna nel 2008 e tre anni più tardi, al 64esimo Festival di Cannes, è insignito della Palma d'oro alla carriera a cui si aggiunge,nel 2016,il prestigioso Leone d'oro alla carriera. Con Belmondo se ne va un grande interprete e protagonista della settima arte, un attore eclettico e geniale che ha saputo -parafrasando quanto asserito dal presidente francese Macron- attraversare con i suoi ruoli la storia della Francia, dallo sbirro al criminale. E allora non resta che dirti adieu, meravigliosa faccia da schiaffi.


Scritto da Edoardo Franzosi