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L'ODIO (LA HAINE), LA REALTA' DIETRO AL CINEMA

La Haine" ("L'odio") è un film del 1995 scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore quell'anno della Palma d'oro per la migliore regia al Festival di Cannes. Lungometraggio cult, "L'Odio" ha il merito di aver raccontato l'alienazione della periferia e il disagio dei suoi abitanti. Successo di critica e di incassi, è stato inoltre al centro di grandi polemiche per il ritratto che viene fatto della polizia e il del suo operato. Ma da dove nasce l'idea del film?

E' il 6 aprile del 1993, sono circa le 6 del mattino. Mentre la Ville Lumière si sta svegliando, in un commissariato di polizia del quartiere di Grandes Carrières, ubicato nel XVIII arrondissement, parte un colpo di pistola. A terra, esanime e riverso in una pozza di sangue, c'è Makomé M’Bowolé, un 18enne originario dello Zaire. A sparare è l'ispettore Pascal Compain, da 12 anni in servizio. Incaricato di indagare sul contrabbando di sigarette in città, Compain, nelle ore precedenti pizzica il ragazzo con addosso 120 pacchetti. Condotto in commissariato, Makomé -che sa qualcosa sul traffico illecito in questione- viene interrogato ma non parla. Compain decide allora di ricorrere a un metodo coercitivo per indurlo a confessare: lo ammanetta a un termosifone e lo incalza a suon di domande.



Successivamente impugna la pistola di servizio e l'avvicina sempre più al volto del giovane, prova ad intimorirlo. Passano una manciata di minuti, poi un rumore sordo e il dramma che si consuma. Nelle ore seguenti, la notizia della morte di Makomé si diffonde e nei pressi del commissariato si radunano all'incirca 300 persone per una manifestazione simbolica. Tuttavia, quello che doveva esserre un pacifico sit in sfocia, ex abrupto, in violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Al lancio di pietre e bottiglie molotov, la polizia risponde caricando la folla e per diverse ore il quartiere di Grandes Carrières è teatro di violenti scontri.



Kassovitz, che resta profondamente colpito dalla vicenda sopraccitata, matura allora l'idea di girare un film dalla forte valenza sociale e in parte finalizzato -come ha sostenuto lui stesso in un'intervista- a cercare <<una spiegazione alla catena di odio reciproco tra forze dell' ordine e i giovani dei ghetti. Un meccanismo che sembra impossibile interrompere e che porta un ragazzo qualunque a cominciare una giornata con un' arma addosso e alla fine non c' è scelta: finirà ammazzato o sarà lui ad ammazzare.>>. Nel giro di un anno e mezzo nasce "L'odio". Un lavoro, tuttavia, tutt'altro che semplice. Infatti, come asserito dal regista stesso <<non è stato facile costruire il racconto, a partire dalla sceneggiatura, che rispetta il verlan, il complesso linguaggio che si parla nelle periferie, fatto di parole sillabate all'inverso o completamente inventate.>>.




E altrettanto difficile è stato, per lui come per Vincet Cassel, Hubert Koundé e Said Thaghmaoui -gli attori protagonisti del film- farsi accettare dagli abitanti di Muguets, il quartiere della cintura di Parigi dove hanno avuto luogo le riprese. <<Ci abbiamo vissuto per sei mesi>> dichiara Kassovitz, <<e all'inizio siamo stati accolti con diffidenza e inimicizia. Come in tutti i ghetti, la gente detesta i mass media, i giornalisti e i reporter televisivi, perchè si sente usata solo per illustare fatti di criminalità e di violenza. Per fortuna Said Thaghmaoui, è nato e cresciuto in uno di quei ghetti: ci ha aiutato lui a conquistare la fiducia.>>.



Ma concentriamoci ora sul film. In una banlieue nei dintorni di Parigi, commistione di miseria e alienazione, vivono tre reietti di pasoliniana memoria: Vinz (Vincent Cassel), Hubert (Hubert Koundé) e Said (Said Thaghmaoui). Nel quartiere scoppia una rivolta contro le forze dell'ordine, colpevoli di aver massacrato, durante un interrogatorio, un ragazzo maghrebino adesso in coma; il clima è rovente, basta un nulla per infiammarlo. Nelle 19 ore che seguono l'accaduto vengono documentate le peripezie a cui i tre giovani vanno incontro; un viaggio, il loro, di quotidiana sopravvivenza sociale, tra sobborhi, una Parigi tentacolare e matrigna e ancora sobborghi. Per qualcuno non finirà bene.



Se è vero che il lungometraggio mette in evidenza i soprusi della polizia -per cui sembra valere il postulato abitante delle banlieue ergo criminale- e i conseguenti scontri, è tuttavia erroneo dare al film un'intepretazione marxista intesa come lotta di classe. L'intento primario di Kassovitz è infatti quello di far emergere,seguendo di pari passo la giornata di Vinz, Hubert e Said il netto scollamento che intercorre tra centro e periferia, due realtà agli antipodi sia per dinamiche che per costumi. Attraverso uno sguardo monocromatico e cinico, il regista francese ritrae un sottoproletariato -rappresentato dai tre protagonisti- chiuso in sè stesso, rifiutato dalla società e abbandonato al proprio destino; la violenza sembra essere l'unica certezza.



Con "L'odio" Kassovitz muove una critica mordace alle istituzioni quintorepubblicane, colpevoli di sottacere il malessere -economico e sociale- dei sobborghi, una condizione nota a tutti ma per la quale in pochi si spendono. Inoltre, contribuendo a far conoscere la quotidianità della banlieue, sdogana a più riprese la cultura e l'estetica hip-hop, vedi l'iconica scena in cui Cut Killer suona "Nique la police" o le tute in triacetato.




Che "La Haine" sia anche, tra le altre cose, un film profetico, ce lo dice la storia: il malcontento che dilaga nelle periferie si materializza ciclicamente in vere e proprie rivolte, la più grave delle quali nel 2005. Dall'uscita de "L'Odio" ad oggi sono passati più di 26 anni, un tempo infinito. Eppure la situazione sembra essere rimasta pressoché la stessa, purtroppo; sia che si tratti delle periferie francesi o di quelle italiane le sacche di povertà permangono, lo Stato sembra essere assente e gli abitanti vivono da emarginati. Insomma, "La Haine" non è che la fotografia di una ineluttabile e progressiva disgregazione sociale o per meglio dire, utilizzando la chiosa finale del film, <<la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio.>>.